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Psicoterapeuta e Paziente: attenzione alle situazioni limite!

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Ma io sto con Psichelab!

Ma io sto con Psichelab!

COPERTINE FAMOSE”
Testo di: Silvana Graziella Ceresa

“Ma io sto con Psichelab”

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Psicoterapeuta e Paziente: attenzione alle situazioni limite!

Quando Andrea [Andrea Fassone, web-info marketer e moderatore Psichelab, ndr] mi propone un “info-prodotto” intuisco il significato ma non ne sapevo proprio nulla.
A poco a poco l’idea mi si chiarisce ed accolgo entusiasta la proposta di fare un “qualcosa” per sgomberare il campo dai troppi equivoci che pesano sul tema grande della psicologia.
Equivoci legati all’uso del linguaggio, all’ambiguità  del  significato,  al lasciato intendere senza chiarire, all’eccessivo e sovente superfluo abuso di un lessico psicologico che poco o nulla ha a che fare con la psicologia.

Avevo già tenuto conferenze e lezioni sul “ significato condiviso delle parole”  sia in ambito psicologico che filosofico, in quanto sono convinta che gran parte del  malinteso  nella comunicazione  dipenda dal non intendere la parola nello stesso modo: quante volte nel momento del chiarimento dopo una discussione si dice o si sente dire “ma io credevo che … avevo pensato che …  supponevo che …” o espressioni simili, che esplicitano la  difficoltà a capirsi anche sulle parole più semplici ed usuali.
Ancora un esempio: se chiedo di passarmi la penna e mi si dice “ma non ne vedo” e poi ci sono matite e biro in quantità, è inutile arrabbiarsi, la penna ha un significato definito  anche  se la si intende come ”oggetto generico per scrivere”… senza pensare alla penna d’oca di antica memoria!

Così partiamo con il tema della definizione e distinzione delle professioni legate alla psicologia, con in  progetto l’ampliamento dell’offerta ascoltando e  seguendo anche le indicazioni dei nostri lettori.

Tutto questo ha un’importante  motivazione, importante per me professionalmente.
Troppe volte raccolgo in studio  dei resoconti  scoraggiati di percorsi psicologici che, se va bene non hanno dato risultati, se va male hanno sottratto denaro e tempo ed energia e pure benessere psichico e fisico.
Attenzione: sono convinta che anche un’analisi  condotta in modo scorretto  possa essere utile se la disposizione del paziente è tesa alla messa in gioco di se stesso, ma entro dei limiti sia di tempo che di ingerenza  nella vita del paziente. Ci vuole correttezza e chiarezza in un rapporto terapeutico, di qualsiasi tipo sia e in specie quando c’è di mezzo la salute di quella parte che non si pesa ma che ha un peso enorme, la psiche.

Professionisti imparaticci, senza percorsi seri e dimostrabili, che giocano sul malinteso del termine psicologo e sull’ignoranza della scarsa consapevolezza delle persone, che affermano di poter affrontare ogni tipologia di problema e si spacciano come tuttologi sotto il grande cappello della psicologia, senza distinguere le specializzazioni o senza averne persino!
L’Albo è un buon mezzo per avere almeno una prima scrematura professionale, ma non basta: chi andrebbe a farsi operare agli occhi, anche solamente di cataratta, leggendo un nome sull’elenco dell’Ordine dei medici? Credo poche persone. C’è necessità di maggiori indicazioni e conferme, sia attraverso  l’esperienza di amici e conoscenti, sia chiedendo ragguagli al professionista stesso sul suo percorso teorico-pratico.

Non è da sottovalutare un elemento importante per un professionista serio: è difficile che una persona sappia fare tutto bene allo stesso modo, per questo diffido degli esperti  in troppi settori, iscritti a troppe associazioni con nomi altisonanti ma che sono dei fantasmi nella reale pratica professionale dichiarata.

Faccio degli  esempi di “mala psicologia” portandone alcuni raccolti negli anni: se una persona deve vendere un alloggio per pagarsi la psicoterapia; se un padre che rimunera le sessioni analitiche del  figlio minore non può ottenere un incontro con lo psicoterapeuta perché sarebbe una interferenza ed invaliderebbe il percorso analitico; se un genitore non può incontrare per un conforto/ confronto  lo psicoterapeuta del figlio maggiorenne, ma dipendente sia economicamente che moralmente da loro; se un genitore spiega al professionista le difficoltà economiche del momento e chiede una riduzione degli incontri, da 5 settimanali a 2, del figlio minore e lo psicoterapeuta risponde “ valuti lei se preferisce suo figlio vivo o suicida!”; se nella sala d’aspetto si scambiano pettegolezzi ed indicazioni sugli psicologi cui ci si riferisce e qualcuno ha una percentuale sugli utili se porta nuovi clienti; se in sessione lo psicologo lascia “cadere” una frase su di un proprio libro, si stupisce che il paziente non l’abbia letto e lo induce all’acquisto presso il proprio studio; se gli apprezzamenti sull’aspetto  fisico sono ammiccanti e tali da dare imbarazzo ma non si sa come reagire e si tace; se gli apprezzamenti diventano azioni, palpeggi, inviti espliciti e lo stato di  sudditanza psicologica non permette di ribellarsi; se le domande sulla situazione finanziaria della persona e della famiglia non sono dirette  ma veicolate e malcelate dietro altre domande magari più indirette; se i commenti  su gioielli, abiti, orologi, cartelle, oggetti vari di lusso sembrano eccesivi, esprimono ammirazione ma anche desiderio di possesso (non regalateglieli  alla prima occasione!); se …

Questa è malasanità psicologica! Per fortuna sono pochi casi-limite.

Certo qualsiasi elemento esterno al percorso terapeutico può essere un’interferenza ma si può, anzi  si  deve  elaborare con il paziente, approfondire il tema, valutare insieme il rilievo che potrebbe avere sull’intero iter. Non parlarne è come avere un segreto con il paziente e nel rapporto psicologico non ce ne devono essere, l’alleanza è con il paziente, non nell’esclusione dei famigliari!

Non parlarne equivale a lasciare solo il paziente con la richiesta famigliare e togliergli la possibilità di affrontarla con chiarezza elaborativa ed argomentativa.
Non parlarne significa escludere dal setting il mondo del paziente che, nel bene o nel male, lo influenza

Cioè: se qualsiasi richiesta è respinta e ridotta ad interferenza,  non accolta per capire cosa significhi e cosa ci sia dentro alla richiesta stessa,  se nel nome della autonomia etica e professionale non  sono  accolte e non si dà spazio nel colloquio psicologico ad approfondire il tema e ascoltare il desiderio del paziente sulla presenza di un genitore … non credo vada bene!

Nella stanza dell’analisi si porta l’interezza totale, vizi e virtù, sofferenze e gioie, malumori transitori e profondi … tutto, persino ciò di cui non si sa, i sogni: se lo psicoterapeuta utilizza queste narrazioni come delle informazioni a proprio uso e vantaggio è gravissimo.

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Articolo di: Silvana Graziella Ceresa

“Ma io sto con Psichelab” – copertina PSICHELAB “Gennaio 2014”

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  1. 24 gennaio 2014

    Gherminella

    Quanto ben di dio c’è in queste righe!
    Leggo in giro un sacco di post su vari forum dove la gente annaspa tra disavventure di ogni tipo. Sia nella scelta che nel baratro di qualche Studio quanto meno discutibile.
    Ci fosse stata ai tempi miei qualcuna di queste informazioni….
    Spero che altri leggano e facciano tesoro di questi suggerimenti. Di certo farò in modo di divulgare queste pagine altrove… dove si fa più confusione che altro.

    Ghe

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